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La forza ed il coraggio di Piera, scelta in sposa da un boss della mafia

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La forza ed il coraggio di Piera, scelta in sposa da un boss della mafia

La nuova identità di Piera che lotta ogni giorno contro la mafia

La forza ed il coraggio di Piera, scelta in sposa da un boss della mafia

Piera, 50 anni, oggi vive in una località segreta con una nuova identità. Quando il marito viene ucciso in un agguato, diventa testimone di giustizia grazie a Paolo Borsellino. Rita, la cognata, la segue ma alla morte del magistrato si toglie la vita. Aveva solo 17 anni.

Oggi Piera è una donna nuova, con una nuova identità. E’ consapevole che gli uomini della mafia la stanno cercando ma non li teme. Lotta coraggiosamente contro quel mondo.

La mafia: un mondo sconosciuto

Il 24 Giugno del 1991, Piera aveva solo 23 anni. Mamma di una bambina di tre e vedova di un boss mafioso che non ha mai amato ma, al quale, tutto sommato, ha voluto bene. Conobbe quell’uomo quando aveva soli 13 anni, quando ignorava il significato della parola “mafia”. Eppure, in quel mondo, Piera, vi è entrata senza neanche accorgersene. Successe quando don Vito Atria, all’apparenza allevatore onesto e rispettato, in realtà boss della mafia di Partanna, in provincia di Trapani, ha scelto questa donna come futura sposa per suo figlio. Ma perché proprio lei?

Piera veniva da una famiglia umile ed onesta. Non avrebbe fatto domande scomode, sarebbe stata sempre docile ed accomodante. Finchè, col tempo, scoprì che c’era un legame tra gli Atria e la mafia ma oramai era troppo tardi. Nel novembre del 1985 dovette sposarlo, anche se tentò più volte di lasciare il marito ma fu minacciata dal suocero.

Durante il viaggio di nozze, fu ucciso il suocero di Piera. Quella fu la conferma che i sospetti sui legami tra gli Atria e la mafia non erano poi così infondati.

Questo evento, spinse il marito di Piera a volersi vendicare su chi aveva ucciso suo padre ma non fece in tempo. Nicola fu ucciso da coloro che avevano ammazzato suo padre.

Piera: da sposa di un boss della mafia a testimone di giustizia

Dopo l’assassinio di Nicola, ucciso nella sua pizzeria, Piera si trovò di fronte ad un bivio: indossare abiti scuri, un fazzoletto nero sulla testa e vivere come la vedova di un boss oppure ribellarsi alla mafia, un sistema marcio e nocivo come un cancro?

Piera ha scelto la seconda strada. Ha iniziato a fare i nomi degli assassini di suo marito. Assassini che aveva visto in volto. Era il Luglio del 1991. La donna fu portata in caserma in provincia di Palermo, in cui conobbe Paolo Borsellino, il quale le spiegò che sarebbe entrata nel programma di protezione per testimoni di giustizia, avrebbe cambiato sia vita che identità.

Un gesto quello di Piera, a mio parere, coraggioso, o meglio “eroico”. Perché la mafia, come disse anche il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella in occasione della celebrazione tenutasi a Locri, è una lotta che riguarda tutti. Una lotta che non deve assolutamente fermarsi. Essa deve concentrarsi sulla “zona grigia”, sulle paludi dell’arbitro della corruzione in cui essa prospera. E’ ancora forte. Molto forte. E fin troppo presente.
L’Italia ha fatto molti passi avanti. E non deve assolutamente fermarsi. Deve continuare a lottare perché la mafia è un fenomeno universale. La lotta alla mafia è un dovere. Un’esigenza morale e civile. Una necessità per tutti. Come diceva Giovanni Falcone, “la mafia non può fermarsi ad una sola stanza, ma deve coinvolgere l’intero palazzo”.

Dal programma di protezione ad una nuova vita

Piera fu costretta a salutate i suoi genitori ed imbarcarsi su un volo per Roma insieme alla sua bambina. Da quel giorno divenne “prigioniera dello Stato”. Non poteva allontanarsi troppo dal monolocale in cui viveva, non doveva parlare con nessuno del suo passato. I suoi unici viaggi erano quelli per la Sicilia, dove periodicamente incontrava i sostituti procuratori di Marsala che raccoglievano le sue dichiarazioni contro i mafiosi.

Non aveva documenti. Né poteva permettersi un medico di famiglia. Andò avanti come un fantasma. Qualche mese dopo, Rita, sorella di Nicola, contro la sua famiglia, decise di diventare testimone di giustizia. Entrò nel programma di protezione ed andò a vivere con Piera. Ma la morte di Paolo Borsellino, nel 1992, cambiò tutto.

Le donne vennero separate. Ma Rita non reggendo alla morte di Paolo Borsellino, il quale sosteneva loro moralmente, si lanciò dal settimo piano.

Da quel tragico evento, Piera, dopo aver riconosciuto gli uomini che l’avevano resa vedova, decise, nel 1997, di uscire dal programma di protezione e di ricominciare da capo. Dopo tanti anni, la donna ha dei documenti d’identità. Non può usare il suo nome di battesimo ma può perfino votare. Ed oggi, a distanza di 26 anni, lotta ancora contro quel mondo che l’ha distrutta.

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