Interviste Irene Gianeselli: “Speranza” tra memoria, musica e responsabilità Da Fabia Tonazzi Pubblicato 1 minuto fa 18 min lettura 0 1 Un romanzo tra memoria, musica e responsabilità politica Ho avuto il piacere di incontrare Irene Gianeselli per parlare del suo nuovo romanzo Speranza (Giuntina, 2025), un’opera che intreccia memoria, musica e responsabilità politica con una rara intensità. In un’epoca in cui il rumore sembra aver sostituito l’ascolto, il suo libro ci invita a fermarci, a guardare il passato senza rimozioni e a interrogarci sul presente con coraggio e sincerità. Dall’incontro con la vera Speranza nel Quartiere Ebraico di Roma alle domande che il romanzo lascia aperte, l’autrice ci ha raccontato il percorso che l’ha portata a scrivere questa storia potente e necessaria. “Speranza” nasce da una passeggiata al Quartiere Ebraico di Roma Ciao Irene, partiamo da un’immagine che hai raccontato in altre interviste: “Speranza è nato durante una passeggiata nel Quartiere Ebraico di Roma, nel 2017”. Cosa ha scatenato in te quel giorno? Irene: Sono entrata in contatto con uno spazio che è molto di più di un luogo fisico: il Quartiere Ebraico è una stratificazione di memorie, di storie che hanno lasciato un’impronta profonda nelle sue pietre. In quel momento ho capito che volevo provare a raccontare quella tensione tra passato e presente, tra chi ha vissuto la Storia sulla propria pelle e chi invece ne è attraversato in modo più sotterraneo. Ma non mi sentivo pronta: non sono di origini ebraiche e non volevo appropriarmi di una cultura senza averla studiata a fondo . Ci sono voluti anni di ricerca e di ascolto prima di mettermi a scrivere. Il romanzo mette in scena l’incontro tra Nora, giovane musicista, e Leone, psichiatra ebreo. Come nasce questo dialogo serrato fatto anche di silenzi? Irene: Nora e Leone sono un pretesto per discutere di un problema reale: non guardiamo più gli altri, pensiamo solo a noi stessi. Leone rappresenta la società che trattiene e fa dell’ipocrisia una virtù, mentre Nora è più viscerale, creaturale. I silenzi, poi, sono sempre una sfida. Carlo Cecchi, mio maestro di teatro che ho perso quest’anno, mi insegnò: “Quando c’è da giocare con il silenzio, cerca di mantenerlo finché non diventa insopportabile per te e per il pubblico” . In quel disagio c’è una forma di sperimentazione: fino a che punto siamo disposti a privarci del suono? Nel romanzo, la memoria è un tema centrale. Che rapporto hanno i tuoi protagonisti con essa? Irene: Entrambi ne hanno un grande rispetto. Per questo Leone non è, fino in fondo, soltanto un personaggio negativo, anche se di fatto è l’antagonista di sé stesso . Nora ha anche paura della memoria, perché è attraversata da qualcosa che non conosce ma che comprende senza troppa retorica: l’offesa contro l’essere vivente. La Storia deve essere “pesante”: a forza di travisare e mistificare le lezioni calviniane, ci siamo ritrovati incastrati in un continuo atto di rimozione e alleggerimento . Ma Calvino era un partigiano, non chiedeva questo appiattimento. Modapp.it: Hai incontrato la signora Speranza, che ha poi dato il titolo al romanzo. Che memoria ti ha affidato? Irene: È stata un’esperienza straordinaria. A novantasei anni mi ha raccontato i suoi ricordi del rastrellamento del 16 ottobre 1943. Era solo una bambina; la sua famiglia si salvò grazie ai vicini. Conservo ancora la registrazione della nostra conversazione, in cui mi canta la filastrocca che si ripetevano tra loro i bambini e quella filastrocca è entrata nel libro. Speranza avrebbe potuto vivere nel rancore, invece ha saputo trovare il buono nel reciproco supporto tra sfollati e perseguitati razziali. Sono uscita da casa sua sapendo esattamente che cosa dovessi scrivere. E anche se ora Speranza non c’è più, sapere che ha visto il libro e che sono stata fedele a ciò che ci siamo scambiate mi dà molta forza. Hai scelto di raccontare una storia che intreccia intimità e politica. Perché oggi è importante farlo? Irene: Io non credo ai film, ai libri o agli spettacoli che debbano lasciare messaggi. Credo che il mio compito sia aprire un discorso e lasciarlo aperto, a canone sospeso. Non è importante darsi torto o ragione. In questo tempo abbiamo rinunciato alla dialettica. Guardiamo l’altro per usarlo a nostro vantaggio, non sappiamo ascoltare le ragioni altrui. Il mio intento non è dare risposte, ma stimolare domande. Come diceva Pasolini: la ragione non è positivistica o borghese, ma è intima e allo stesso tempo universale, capace di accogliere il potenziale e la fatica suprema dell’esserci. La musica attraversa il romanzo come una forma di resistenza. Che ruolo ha nella storia? Irene: La musica è essenziale, non è un orpello. Da Chopin a Janáček, con un sommesso Bartók e poi Ornella Vanoni: quando ho ascoltato Un sorriso dentro al pianto, ho pensato che raccontasse perfettamente il personaggio di Speranza: “Adesso che mi chiede di sorridere / vorrei dimenticare”. Ma non si può, non si deve. La musica, per me, è una forma di resistenza e testimonianza, non di evasione. Nel romanzo accompagna Nora nel suo percorso di crescita e consapevolezza. Hai citato spesso Elsa Morante come influenza decisiva. Cosa ti ha insegnato? Irene: Leggere e studiare La Storia di Elsa Morante è stata un’esperienza di crescita intellettuale radicale. Forse non ero pronta a leggerlo la prima volta, ma la sua scrittura ha sempre esercitato su di me un fascino irresistibile. Grazie a Carlo Cecchi ho potuto studiarne i manoscritti alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e quel lavoro filologico ha accresciuto la mia ammirazione. Morante mi ha insegnato che i ragazzini salvano il mondo, anche quando il mondo si vota all’autodistruzione. Nel romanzo affronti anche la crisi delle ideologie e il ruolo della psichiatria come spazio di ascolto. Che rapporto c’è tra cura e responsabilità politica? Irene: È il cuore del romanzo. Leone è uno psichiatra ebreo che interroga la crisi del marxismo, e nel suo lavoro si confronta con la domanda: cosa significa curare quando il mondo intorno è ferito? Per me la psichiatria non può essere solo tecnica: deve essere spazio di ascolto e di responsabilità. E oggi, di fronte alla violenza geopolitica, non si può restare neutrali. Come dicevo, non sono un’autrice ebrea e questo significa che ho affrontato il romanzo pesando ogni parola, con il massimo rispetto per una memoria che non è negoziabil. Un’altra presenza importante è quella di Hannah Arendt. Cosa ti ha aiutato a capire? Irene: Già dal 2017 avevo cominciato uno studio su Hannah Arendt e questo mi ha permesso di restare lucida, di non cedere alla tentazione di farla semplice o di accettare compromessi. Il compromesso è una compromissione, sempre. Poi mi ha aiutato molto un ricordo: da bambina sentii Gad Lerner parlare commosso di un atto fondamentale della tradizione ebraica: Zachor. Ricorda! Un imperativo morale prima ancora che grammaticale. Non appartengo a quella cultura, ma sono nata nel mondo: come potrei accettare di essere indifferente davanti ai mali del mondo? Il titolo “Speranza” è programmatico o è una provocazione? Irene: Credo che basti questa parola a contenere tutto il romanzo. Contiene una tensione, un filo rosso teso sopra un abisso, un impegno, il senso della Resistenza. Io non credo alla speranza come a un alibi. Non credo che le cose cambino da sole mentre noi restiamo immobili ad aspettare. Credo nella fatica dell’essere umano che cerca di superare sé stesso, di assumersi una responsabilità nei confronti del mondo e degli altri. Per me la speranza non è una consolazione: è un laboratorio permanente. Che rapporto hai con le nuove generazioni? Sei ottimista? Irene: Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. A ventotto anni, ormai più vicina ai trenta che ai venti, vedo nei giovani una pura potenza. Per quanto si provi a spegnerli, sono intelligenti, sensibili e oggi hanno molto a cuore i diritti degli altri. Mi sembrano meno egoisti delle generazioni precedenti. In Italia un segnale forte è arrivato proprio dal voto dei giovani al referendum: hanno espresso un “no” chiaro e consapevole. Non sono loro a preoccuparmi. Mi preoccupano, semmai, i cosiddetti adulti: quelli che si nascondono nel fatalismo, che scendono a compromessi, che hanno smesso di immaginare un futuro diverso. Quali autori o opere hanno accompagnato la scrittura del romanzo? Irene: Oltre a Morante, c’è un omaggio a Leone Ginzburg – non a caso ho scelto proprio Leone come nome del protagonista. Poi Natalia Levi Ginzburg, Primo Levi e Pier Paolo Pasolini. A un certo punto mi sono accorta che il tono del libro era molto vicino a quello de L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, che avevo letto folgorata al liceo. L’ho riletto e ho scoperto qualcosa che mi poneva in polemica con l’autore: una polemica sana, intellettualmente stimolante. Così ho pensato che Nora dovesse ritrovarsi a leggere proprio quel romanzo e a metterne in discussione alcuni aspetti. C’è una battuta che ti ripeti spesso mentre scrivi? Irene: Sì, da Amici miei – Atto I di Monicelli, pronunciata dal Conte Mascetti interpretato da Ugo Tognazzi: “Ma, poi, è proprio obbligatorio essere qualcuno?” . Mi manca moltissimo quel cinema, quel modo di guardare il mondo con acume e sincerità spietata. Penso che la sincerità, proprio quando è spietata, sia una forma di rispetto: per la propria intelligenza, ma soprattutto per quella degli altri. Dopo “Speranza”, quali sono i tuoi progetti? Irene: Ci sono diversi progetti, ma per ora mi sto concentrando sulla ricerca accademica e mi piacerebbe tornare al teatro . In questi mesi continuo ad accompagnare Speranza: il romanzo è stato selezionato in concorso per la XVII edizione del DRIFFest – Festival Cinema&Letteratura e lo presenterò a Bari il 14 Luglio. È bello vedere che il libro continua a camminare e a incontrare i lettori. Se potessi rivolgere una sola frase ai lettori che stanno per iniziare “Speranza”, quale sarebbe? Irene: Non accettate intimidazioni. Un sentito ringraziamento a Irene Gianeselli per averci accompagnato in questo viaggio tra memoria, musica e responsabilità. Non ci resta che un invito: aprite Speranza, lasciatevi interrogare e, come suggerisce l’autrice, non accettate intimidazioni.